Il bambino e i videogiochi. Implicazioni psicologiche ed educative

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- ISBN/EAN
- 9788887958331
- Editore
- Firera Publishing
- Formato
- Brossura
- Anno
- 2005
- Pagine
- 153
Disponibile
18,00 €
Il bullismo è un fenomeno riscontrabile in quasi tutte le situazioni di gruppo, tanto che può essere considerato socialmente “normativo” (Smith e Brain, 2000). Fin dalla scuola materna, in effetti, si possono ritrovare tracce diffuse di comportamenti prepotenti, o di alcuni loro precursori, che testimoniano soprattutto la difficoltà dei bambini piccoli di gestire le interazioni conflittuali con i loro coetanei. Crescendo, i bambini solitamente imparano a controllare la rabbia e gli istinti distruttivi e fanno di tutto per evitare la violenza, perché gli adulti e l’ambiente in cui crescono hanno insegnato loro a risolvere i conflitti in maniera pacifica, mediante il dialogo e la negoziazione. Ciò, però, sembra non essere del tutto vero per i bulli. Questi, al contrario, imparano ad affrontare la violenza con la violenza. I loro genitori sono spesso critici nei confronti di quelle persone che non sanno difendersi da sole e, in questo modo, trasmettono ai loro figli l’idea che il mondo è fondamentalmente un luogo ostile e che ciascuno deve fare ciò che è necessario per non farsi sopraffare dagli altri e per ottenere ciò che desidera. I bulli non pensano, o hanno difficoltà a pensare, alle altre persone. Spesso, anzi, essi sembrano non conoscere le reali conseguenze dei loro comportamenti (anche solo in termini di premi e punizioni), oppure hanno imparato fin da piccoli ad evitare le conseguenze spiacevoli che ne possono derivare attraverso la negazione, l’accusa verso gli altri o il vittimismo. Ancora di più. Il desiderio più profondo del bullo è quello di controllare e di dominare gli altri, come testimonia la soddisfazione personale e il senso di efficacia che traggono dal fatto di riuscire a farsi obbedire dai compagni, attraverso le minacce e l’instaurazione di un clima generalizzato di paura.
D’altro canto, dove c’è un bullo c’è sempre almeno una vittima, cioè un bambino o una bambina che sono esposti ripetutamente alle prepotenze. Nonostante le ricerche tendano generalmente a sconfessare il luogo comune secondo cui questi bambini sono possessori di caratteristiche fisiche particolari che li rendono vittime predestinate (non si diventa vittima perché si è grassocci, si hanno le lentiggini o perché si portano gli occhiali), è pur vero che un bambino deve differire dai suoi compagni per qualche caratteristica personale, che fa sì che sia scelto dal bullo come potenziale vittima o che lo metta a rischio di diventare il capro espiatorio di un intero gruppo di coetanei. Ciò che più preoccupa delle vittime, però, sono le conseguenze a breve e lungo termine di una prolungata esperienza di vittimizzazione, ben documentate in tutta la letteratura italiana ed internazionale. Tra queste, le più significative sono certamente un maggior rischio di sviluppare bassi livelli di autostima, insicurezza e ansia, che rendono difficile instaurare relazioni sociali soddisfacenti anche in età adulta, una maggiore tendenza all’abbandono scolastico, depressione e, nei casi più estremi, suicidio.
Infine c’è proprio il gruppo, la cui importanza è stata rilevata solo recentemente dagli autori che si occupano del fenomeno. Frequentemente le aggressioni tra compagni riguardano non dichiarati conflitti di leadership, per decidere chi comanda e chi viene comandato. In una logica di sopravvivenza individuale, quindi, scegliere un compagno come vittima designata può essere molto utile per molti membri del gruppo, per evitare di essere coinvolti in una pericolosa sfida tra aspiranti al potere. Inoltre, poiché spesso il bullismo avviene sotto gli occhi dei compagni e rimane impunito, esso provoca un clima di paura che inibisce la capacità dei ragazzi di apprendere, li rende distaccati verso l’ambiente scolastico e timorosi di cosa possa succedere in certi spazi della scuola e in certi momenti come l’intervallo e la pausa pranzo. Alcuni di questi ragazzi entrano a far parte del gruppo del bullo, lo seguono e lo sostengono o per bisogno di affiliazione o per paura di ritorsioni. Altri rimangono in disparte, disinteressandosi di ciò che accade attorno a loro fino a quando non sono coinvolti direttamente. Ma non è forse ciò che molti di noi, in qualche momento della propria vita, hanno avuto occasione di sperimentare anche fuori dalla scuola, magari sul luogo di lavoro o in altre situazioni?
Lo stesso Olweus, focalizzando la sua attenzione sulla relazione diadica bullo-vittima, sosteneva che i ragazzi che vittimizzano e quelli che sono vittimizzati sono il frutto di una società che tollera la sopraffazione. Forse era stato fin troppo ottimista, se è vero che non solo i bulli e le vittime ma anche i compagni non direttamente coinvolti nel fenomeno sono figli
della stessa società e contribuiscono a sostenere il comportamento prevaricatore del bullo con l’indifferenza e l’omertà se non, ancor peggio, con esplicita approvazione. Ancora incapaci di una morale completamente autonoma, che si delineerà solo alla fine dell’adolescenza, i ragazzi utilizzano il gruppo come riferimento normativo. Pertanto, i propri atteggiamenti e comportamenti vengono uniformati a quelli del gruppo di appartenenza, cui è rivolta la stessa ubbidienza che nella prima infanzia viene riservata agli adulti, e le norme morali che guidano la condotta individuale sono quelle condivise, ma raramente discusse, all’interno del gruppo stesso. Soprattutto nei primi anni della scuola, il bullo è popolare tra i compagni, viene ammirato e spesso diventa leader di un gruppo di amici, che tuttavia sono sottomessi a lui piuttosto che suoi pari. Per questi, la parola del bullo può essere legge e i comportamenti di prepotenza consentono a chi si annoia a scuola o a chi fatica nello studio di sentirsi “bravo” in qualcosa, dimostrando coraggio e dominanza sui compagni. D’altra parte, è reale per molti la difficoltà a sottrarsi alle pressioni del gruppo e a mantenere il proprio punto di vista e la propria autonomia, rischiando l’esclusione o, ancor peggio, la vittimizzazione.
La consapevolezza dei meccanismi di gruppo che facilitano il perdurare di certe condotte negative, però, non deve diventare un motivo di deresponsabilizzazione del singolo individuo. Il mito delle “cattive compagnie” che plagerebbero il bambino innocente, contagiandolo della malattia dell’arroganza, della maleducazione quando non della violenza, dovrebbe lasciare il posto ad un’analisi serena ma più realistica delle ragioni psicologiche e relazionali che motivano l’appartenenza ad un gruppo deviante o diffusi atteggiamenti di omertosa accettazione. Anche da parte della scuola, infine, è importante che non ci sia un’acquiescenza colpevole e, soprattutto, che vengano individuati sia gli esecutori che i mandanti dell’aggressione (Maggiolini e Riva, 1999).
Un ultimo errore in cui è facile incorrere nell’affrontare questo tipo di argomento è quello di considerare i bulli come “il problema” e di confondere tra ciò che è socialmente indesiderabile (e il bullismo certamente appartiene a questa categoria di comportamenti) e ciò che, invece, deve essere considerato socialmente incompetente (e il comportamento prepotente non necessariamente è tale, soprattutto se lo si analizza in termini di efficacia nel raggiungere gli scopi del bullo). L’alternativa a questa prospettiva nasce dalla consapevolezza che il bullismo è un fenomeno sociale. Dovremmo, pertanto, enfatizzare il “sociale” nelle nostre spiegazioni di questi comportamenti aggressivi, anziché usare un linguaggio di tipo psichiatrico o personologico, che “patologizza” il comportamento e l’individuo che lo mette in atto. Parlare del bullo come del figlio di un trauma pregresso o come ragazzo portatore di difficoltà di tipo cognitivo o emotivo, ad esempio, dice di più circa il bisogno della nostra società di spiegare i comportamenti indesiderabili in termini di anomalia, di devianza dalla norma, piuttosto che della natura del problema in sé. Anche in termini di intervento, il focus su cui poniamo maggiore attenzione nell’interpretare certi comportamenti violenti ha una conseguenza importante, perché ci spinge a cercare di cambiare l’individuo, in un caso, o l’ambiente che rinforza positivamente il bullismo nell’altro. In altre parole, “vale la pena di interrogarsi sul significato dell’aggressività e della violenza, cercando di distinguere tra affermazione di sé e distruttività e superando un’idea “energetica” della violenza come valvola di sfogo, per valutare e modificare i condizionamenti interni ed esterni che spingono a un comportamento prevaricatore” (Lazzarin, 2004, p.127).
Maggiori Informazioni
| Autore | Bartolomeo Annella; Caravita Simona |
|---|---|
| Editore | Firera Publishing |
| Anno | 2005 |
| Tipologia | Libro |
| Lingua | Italiano |
| Indice | PARTE PRIMA Capitolo 1: Una definizione multidimensionale del bullismo 1. Caratteristiche del comportamento prepotente 2. I tipi di prepotenza 3. Bulli e bulle: la variabile di genere nel fenomeno del bullismo 4. Sexual harassment 5. Il bullismo razzista 6. Bullismo e gang giovanili 7. Bullismo e nonnismo 8. Il bullismo in cortile 9. Il bullismo nello sport Capitolo 2: Prepotenti e vittime:caratteristiche individuali di chi fa e di chi subisce le prepotenze 1. I bulli 2. Tutti i bulli sono realmente bulli? 3. Le vittime del bullismo: l’altra faccia della medaglia Capitolo 3: La dimensione di gruppo del fenomeno 1. La ricerca osservativa 2. Gli atteggiamenti verso le prepotenze 3. L’effetto socializzante del gruppo 4. Motivazione e apprendimento in bulli e vittime:componenti emotive e obiettivi sociali 5. L’approccio dei Ruoli dei Partecipanti 6. Il questionario Ruoli dei Partecipanti è una valida espansione della Nomina dei pari? Conclusioni PARTE SECONDA Capitolo 4: Il bullismo in Alto Adige: un confronto tra scuole italiane e tedesche 1. Metodo 2. Risultati Conclusioni Capitolo 5: Teoria della mente e cognizione morale nel bullismo Introduzione 1. Disimpegno morale e aggressività 2. Disimpegno morale e bullismo 3. Scopi della ricerca ed ipotesi 4. Metodo 5. Risultati 6. Discussione PARTE TERZA Capitolo 6: Modelli di intervento antibullismo nelle scuole italiane 1. L’approccio istituzionale 2. Interventi a livello di gruppo-classe 3. Programmi di supporto tra coetanei Conclusioni Note Capitolo 7: Bullying FAQ: Brevi risposte a venti domande frequenti Bibliografia |
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